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È giovane e va forte? OK. Ma chi lo conosce?

La MotoGP e la SBK si stanno trasformando in un geriatrico. Le giovani leve ci sarebbero, ma non sono gradite agli sponsor. Così non c’è ricambio e il problema dei piloti diventa irrisolvibile

Che cosa spinge qualsiasi sportivo a darsi all’agonismo? La convinzione di possedere del talento, di poter emergere, la passione per il confronto. Questi sono gli incentivi fondamentali, che possono essere soffocati in breve tempo da difficoltà eccessive, dalla mancanza di risultati, da cause che nulla hanno a che vedere con l’effettiva capacità dell’atleta. A rovinare un talento emergente basta pochissimo.
Nel motociclismo, che è uno sport di uomini e di macchine, la prima condizione necessaria ad evidenziare il reale potenziale di un giovane pilota è la disponibilità di una moto competitiva, il che significa che se vogliono scoprire e assicurarsi i talenti di domani, le Case e i grandi team, devono investire su di loro, senza l’ansia del risultato immediato.
La realtà sta esattamente agli antipodi. Nella MotoGP, ma soprattutto nel mondiale Superbike, le moto competitive ci sono, ciò che manca sono i piloti. Il motivo è semplice: da anni si assiste a un giro vizioso di quei nomi che hanno raggiunto una buona notorietà, che passano da un team all’altro, che fanno parlare di sé i giornali, ma che al confronto coi mostri sacri dei due campionati – Valentino Rossi nella MotoGP e Troy Bayliss nella Superbike – raramente emergono. I nomi nuovi sono una rarità: Dovizioso nella MotoGP e Neukirchner nella Superbike. I giovani? Quelli che si scannano nella Superstock facendo gare bellissime, prodigi d’equilibrio, capolavori di grinta, guardano, sperano, si invecchiano e vedono i loro incentivi calare giorno dopo giorno, fino ad accontentarsi di ciò che passa il convento senza mirare più in alto.
Così succede che un pilota indubbiamente forte, come Jacub Smrz, che con una Ducati privata ha sempre tenuto quest’anno in SBK il passo dei più forti e dotati, abbia rinnovato il contratto col Team Guandalini – bravissimo, per carità, ma certamente non con le risorse tecniche di una Casa – non essendogli pervenuta alcuna offerta dalle squadre più grosse, tutte impegnate a portarsi a casa il nome noto e di antico manico, sperando che con un po’ di Gerovital si rivitalizzi e torni vincente.
Così succede che un campione emergente come Niccolò Canepa dopo aver regalato alla Ducati un titolo mondiale nella Superstock si sia ritrovato sì sotto contratto con la Casa bolognese, ma per fare il collaudatore e poco più, gettando al vento una stagione e una buona fetta di concentrazione suoi suoi obiettivi reali. Il campione emergente vuole correre, vuole confrontarsi, vuole vincere, altro che test al Mugello con la MotoGP e una gara all’anno con la Superbike. Che cosa ha potuto verificare in questo modo Canepa delle sue possibilità sulle migliori moto del mondo nelle rispettive categorie? Nulla. Che cosa ha potuto verificare la Ducati sull’effettivo potenziale di Canepa in sealla a queste moto? Nulla.
E talenti come Brendan Roberts o Davide Giugliano? Che cosa si aspetta a metterli su una moto ufficiale e a farli correre? Potrebbero tradire le attese, come è successo in altri casi, ma potrebbero anche esplodere, come è successo a Neukirchner, a cui Batta – criticatissimo – ha dato fiducia dopo il divorzio da Biaggi.
L’anno prossimo nel mondiale Superbike ci saranno come minimo 14 moto ufficiali schierate da 7 Case, più altre moto potenzialmente vincenti affidate a team satellite. I piloti? Grande problema, si dice: ci sono Haga, Corser, Biaggi, Xaus, Checa, Fabrizio, poi ci sono Biaggi, Haga, Checa, Fabrizio, Xaus, Corser, poi ancora Checa, Corser, Biaggi, Fabrizio, Haga, Xaus, poi….

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Il caso Haga: un pilota “fratturato†può correre?

Diversi punti di vista sull’argomento. C’è chi condanna senza appello e c’è invece Meregalli, direttore sportivo del Team Yamaha, che difende a spada tratta il suo pilota e ne esalta il coraggio

Al Nurburgring, in occasione della settima prova del mondiale Superbike ho avuto un piacevole scambio di opinioni con Massimo Meregalli, direttore sportivo del Team Yamaha Italia per cui corrono Troy Corser e Noriyuki Haga.
Meregalli manifestava apertamente il suo dissenso nei confronti della polemica in merito alla partecipazione di Haga al GP degli Stati Uniti nonostante la frattura scomposta e pluriframmentaria della clavicola destra causata da una caduta in prova.
“Non capisco – diceva Meregalli – secondo me un gesto come quello di Haga era da esaltare, perché l’abnegazione, la volontà, la vittoria sul dolore, sono i grandi valori dello sport e vanno apprezzati e insegnati ai giovani, invece Noriyuki è stato criticato come se fosse un incosciente che si getta allo sbaraglio mettendo a richio non solo la propria, ma anche l’altrui incolumitàâ€.
Questa accorata difesa di Haga da parte del suo direttore sportivo – ex corridore di grande valore (vinse anche una prova del mondiale Supersport) – è apprezzabile ma fa anche pensare. È Meregalli che è ancora troppo pilota nella testa, e che quindi è istintivamente portato a pensarla come loro, oppure ha ragione e le critiche erano sbagliate? Da notare che la condanna della decisione di lasciar correre Haga è venuta anche da Francesco Batta team manager certamente espertissimo, che però non è un ex pilota come Meregalli.
Il dottor Corbascio, responsabile della clinica mobile Superbike è convinto che Haga dovesse essere lasciato libero di correre. “Dal punto di vista del medico – dice – da un lato c’era questa frattura scomposta, ma dall’altro un pilota professionista che, sottoposto a tutti i test del caso, mi ha dimostrato che non sentiva dolore e che aveva i requisiti di lucidità e di forza fisica necessari per affrontare una corsa. Perché quindi impedirgli di correre?â€. Inutile dire che ci sono suoi colleghi che la pensano in modo diametralmente opposto.
Il mio pensiero personale sull’argomento è viziato dallo sdoppiamento della personalità: da una parte la mia esperienza di ex pilota, che ha corso in circuiti pericolosissimi e che per correre avrebbe accettato ogni rischio, dall’altra il giornalista di vecchia penna, che conosce il mestiere e le sue belle e brutte regole.
Apprezzo Meregalli, apprezzo Haga e mi schiero dalla loro parte col cuore, ma l’esperienza mi insegna che se Haga con una nuova caduta (che c’è stata) avesse peggiorato gravemente la precedente frattura, o avesse coinvolto un altro pilota causandogli danni, gli avvoltoi, che volano sempre bassi sul nostro sport, si sarebbero avventati con lugubre entusiasmo sulla preda.
Concludo irrazionalmente: Haga dopo il GP USA si è fatto operare e neanche due settimane più tardi ha vinto entrambe le manche del GP di Germania. Grande Haga!

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