Olimpiadi e moto

 

 

Il motociclismo non è ammesso fra gli sport olimpici. Colpa del motore? Ridicolo: ormai la tecnologia condiziona tutti gli sport: dalla ginnastica, al nuoto, all’atletica leggera. I puristi comunque sono contrari. Per me invece è un sogno

 

Alle Olimpiadi di Pechino non sono ammessi i motociclisti. Per i puristi ad oltranza è giusto, per me e per altri, tra cui il massimo esponente del nostro sport, Valentino Rossi, è invece una ingiustificata penalizzazione. Certo che se è stato accettato il curling, se si è trovato modo di inserire l’ennesima variante del gioco della palla, se è diventato sport olimpico la lotta femminile, che avrebbe fatto inorridire gli antichi greci, non capisco proprio perché debba essere rifiutato lo lo sport che più di ogni altro rappresenta il filo che unisce i cavalieri che lottavano per la vittoria in sella a magnifici e velocissimi purosangue ai loro attuali eredi: i piloti degli unici, veri, cavalli meccanici: le motociclette.

E siccome alle Olimpiadi possono accedere solo i “dilettantiâ€, il motociclismo non avrebbe difficoltà alcuna a creare rappresentative nazionali di autentici dilettanti, quali sono tutti i giovani corridori prima di aver ottenuto in carriera risultati tali da consentire loro di occupare uno dei pochissimi posti riservati ai professionisti. Non ci sarebbero i Rossi, gli Stoner, gli Haga o i Bayliss, ma si offrirebbe l’occasione ai talenti emergenti di cogliere risultati di estremo prestigio.

Consentitemi una divagazione. Quando, qualche giorno fa, ho visto Minguzzi vincere l’oro nella lotta greco-romana, mi sono emozionato davvero. Nella palestra di lotta di Faenza, la mia città, tanti anni fa lottavo con suo babbo. Non ero certo un campione, ma mi impegnavo molto, anche perché i sacrifici che facevo io per rientrare nella mia categoria di peso, le due ore di corsa, pesi e lotta quotidiane erano gli stessi dei miei compagni che vincevano a livello nazionale e internazionale. Dura, durissima la lotta, così come la ginnastica artistica e tantissimi altri sport, proprio quelli che con impressionante regolarità ci riempiono di medaglie spesso inattese alle Olimpiadi. Magari mentre il ricco calcio, dal dilettantismo sospettissimo, si fa eliminare nelle prime fasi del torneo olimpico.

Minguzzi è un campione, un grande campione, ma non potrà mai essere un divo perché la lotta non è uno sport seguito come il calcio, il ciclismo, la pallacanestro o il motociclismo, discipline agonistiche che riempiono le pagine dei giornali e gli schermi televisivi, facendo quindi gola a munifici sponsor. Io so quanti e quali sacrifici ha dovuto affrontare per quella medaglia d’oro, e so che una simile vittoria non gli porterà che minimi vantaggi economici, costringendolo comunque a lavorare sodo e a farsi valere anche al di fuori della palestra, come tutti noi, per guadagnarsi il pane quotidiano. Questo me lo fa apprezzare più di qualunque divo. A me personalmente non basta che un campione sia un vincente in sella a una moto o su una materassina. Se nella vita sa fare solo quello, non mi sembra in verità che sia tanto, a prescindere dalla innegabile bravura nel suo sport. Pretendo di più: campione e uomo. Ecco perché sono orgoglioso di aver conosciuto il carrozziere volante Troy Bayliss, grande asso e grande uomo, come pochi altri, o Pierfrancesco Chili, uno che sa farsi apprezzare anche oggi che non è più in sella, perché non si è lasciato accecare dal successo quando vinceva le corse.

Forse la mia visione dello sport è poco attuale, un po’ antiquata, troppo romantica, troppo “dilettantescaâ€. Appunto. E’ per questo che io, sportivo convinto, sogno di vedere anche il motociclismo su una pista olimpica. Sarebbe stupendo. No?

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Limitiamo i limiti

Pochi, motivati e fatti rispettare severamente. Così dovrebbero essere. Invece sono ovunque, spesso assurdi e motivati solo dall’esercizio del potere

Questa volta parliamo di limiti. Limiti di velocità, naturalmente. Ormai sono un incubo per chiunque guidi normalmente, mantenendo un margine di prudenza. Contano assai poco per chi, rendendosi conto che nella maggior parte dei casi sono irrispettabili, li rispetta secondo coscienza, o solo per paura dell’autovelox. Contano men che nulla per gli imbecilli che non hanno mai avuto rispetto per gli altri utenti della strada e che guidano in modo prepotente e incosciente.
I limiti dovrebbero esserci solo dove davvero è necessario che siano, dovrebbero essere percepibili come motivati e fatti rispettare con severità.
Invece nel nostro Paese sono ovunque e nella maggior parte dei casi vengono percepiti come del tutto inutili o quantomeno esagerati.
Il problema è come vengono stabiliti i limiti.
Parlo per la zona che meglio conosco: le province di Ravenna e Forlì, ma so bene che l’esempio vale per tutta Italia.
In questi giorni molte strade extraurbane della provincia di Ravenna stanno subendo una riduzione del limite di velocità: da quello nazionale di 90 km/h, a quello provinciale di 70 km/h. La motivazione? Per la salvaguardia dei ciclisti. Lo ha proposto a livello politico locale qualche benpensante ed ha ottenuto subito l’approvazione delle amministrazioni interessate. Orbene, la strada che percorro quasi quotidianamente è una delle preferite dai ciclisti nella mia provincia. Un ciclista si può investire se non si rispetta la sua presenza e lo si sorpassa a prescindere dall’arrivo dalla direzione opposta di un altro veicolo o se procede in coppia chiacchierando col compagno – abitudine diffusissima – e creando quindi una situazione di pericolo. La differenza di velocità da 90 km/h a 70 km/h nulla incide sulle cause di questi incidenti, a meno che non si parta dal presupposto che non si può impedire ai ciclisti di essere scorretti, quindi si penalizzano gli altri utenti per poter concedere loro questa scorrettezza in maggior sicurezza.
Un sacco di volte mi è capitato di arrivare alle spalle di auto che procedevano a meno di 70 km/h e che, giunte all’altezza di un ciclista, lo superavano senza esitazione anche se dalla direzione opposta arrivava un altro veicolo, magari un camion, e il margine di sicurezza, in relazione alla larghezza della strada, si riduceva così al minimo, creando una situazione di grave pericolo. Aggiungo che, sulla strada cui mi riferisco, sono state realizzate piste ciclabili costosissime che praticamente nessun ciclista usa, perché troppo strette o non asfaltate.
A Forlì anni fa è stata realizzata una circonvallazione all’esterno della città, in massima parte sopraelevata, e le è stato imposto, all’apertura, il limite di 50 km/h, improponibile per la larghezza della sede stradale e per le sue condizioni di sicurezza derivanti sia dalla sopraelevazione, sia dalla conformazione degli svincoli. Furono ritirate molte patenti, grazie all’uso sistematico degli Autovelox, poi, un giorno, il limite venne elevato a 70 km/h senza che nulla fosse cambiato nelle caratteristiche della strada e soprattutto in condizioni nettamente peggiorate dell’asfalto, dovute alla mancanza di manutenzione.
Sul Passo della Colla, uno dei più frequentati dai motociclisti, dove molti scalmanati si fanno del male, l’amministrazione ha imposto il ridicolo limite di 30 km/h. A che cosa servirà? Chi lo rispetterà? Anche in questo caso è solo un’ingiusta punizione per chi guidava con normale prudenza, ed è assolutamente inutile per chi della prudenza già prima se ne strafregava.
Ho letto recentemente sul Corriere della Sera, che un sindaco ha deciso di alzare i limiti di velocità nel suo territorio di competenza con questa motivazione: i limiti troppo bassi sono pericolosi e favoriscono l’insorgere di situazioni di pericolo. Lui quindi, in totale controtendenza coi suoi colleghi di tutta Italia, permetterà ai suoi concittadini di andare un po’ più forte. Giusto? No. Potete star sicuri che anche nel suo caso la decisione è frutto di un’opinione personale non suffragata da uno studio rigoroso. Si tratta, come nell’abuso dei limiti assurdi, di semplice esercizio del potere.
Il celebre giurista americano Louis Brandeis disse: “Se vogliamo che la legge venga rispettata, per prima cosa dobbiamo fare leggi rispettabiliâ€.
Io aggiungo: il confine fra un divieto non giustificato da motivazioni concrete e condivisibili e una pura prepotenza è assai labile. La prepotenza genera sempre un sentimento di rivolta, mentre un divieto percepito come giusto e motivato è rispettato con convinzione dalle persone civili e favorisce la crescita del senso civico.

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MotoGP: proviamo a cambiare le regole

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Alcune proposte un po’ di rottura per rilanciare la MotoGP e il suo legame col progresso della moto. Senza rinunciare alla spettacolarità

Diversi fra i lettori che hanno voluto dire la loro sul mio ultimo blog, quello riguardante “le belle pensate della Dornaâ€, mi hanno correttamente fatto osservare che avevo omesso di indicare, a fianco delle scelte da me ritenute errate, anche le mie proposte di soluzione.

Ritorno dunque sull’argomento per chiarire innanzitutto che indicare vie d’uscita all’attuale crisi della MotoGP non sarebbe compito mio, visto che la Dorna ha fior di manager, senz’altro ben pagati, che dovrebbero risolvere il problema. Ciò nonostante, considerato che le idee non mi mancano affatto, eccomi a lanciarne qualcuna, sottoponendola al vostro giudizio.

Le regole tecniche e sportive della MotoGP oggi sono improntate soprattutto alla ricerca della più alta spettacolarità: massima potenza, massime prestazioni, massima tecnologia, massima esaltazione dei piloti. Tutto questo ha sì elevato l’audience televisivo – il più desiderato dagli sponsor – ma ha elevato i costi alle stelle, ridotto al minimo il ricambio dei piloti ed allontanato molte quotate industrie che già avevano tentato la strada della MotoGP (vedasi Aprilia) o che stavano accingendosi ad entrare in lizza (vedasi KTM e BMW).

La mia conclusione è che bisognerebbe riportare i prototipi più vicino alla motocicletta. Quali sono i problemi più impellenti che deve affrontare oggi un costruttore di moto? L’aumento del costo del carburante e le restrizioni al traffico dovute all’inquinamento ambientale. Ebbene, si stabiliscano tetti di consumo e di emissioni, si aboliscano i materiali pregiati e le soluzioni utilizzabili solo per le corse, e si lasci campo libero all’ingegno e alle idee, magari senza vincoli di cilindrata e senza condanne aprioristiche per i motori a due tempi, la sovralimentazione o addirittura per proposte del tutto innovative.

Conosco già le obiezioni – per lo più sarcastiche – a proposte come queste: utopia, scarsa spettacolarità, difficile controllo del rispetto delle regole. In realtà l’unico vero impedimento sarebbe la concretissima probabilità che le Superbike diventassero a questo punto le moto da corsa più veloci in assoluto, screditando così la MotoGP. Ad evitare questo potrebbe bastare un accordo fra gli organizzatori dei due campionati e le Case che vi partecipano, con la benedizione della Federazione Motociclistica Internazionale.

Rivoluzione per rivoluzione, pensiamo anche ai piloti. La spettacolarità delle gare dipende soprattutto da loro, quindi incentiviamoli a darsi da fare su tutto l’arco della gara e non solo nei primi tre e negli ultimi due giri. Come? Pagandoli secondo la formula che applicavano gli americani già negli Anni ’70: tot giri in testa, o al secondo o terzo posto, tot soldi. E gratifiche aggiuntive per i giri più veloci e per la posizione in classifica finale. Lavorare, ragazzi, lavorare!

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Le belle pensate della Dorna

L’ultima idea di chi è all’origine della crisi della MotoGP è sopprimere le classi 125 e 250 sostituendole con una 600 ancora non ben specificata, ma molto vicina alle derivate di serie del Mondiale Supersport. Un’intrusione che la FIM dovrebbe impedire

Il mio atto di accusa è molto semplice: la Dorna è incapace di gestire il motomondiale di velocità e sarebbe ora che la Federazione Motociclistica Internazionale esercitasse la sua autorità per impedirle di fare ulteriori danni.
Vogliamo elencare le grandi innovazioni introdotte dalla Dorna negli ultimi dieci anni?
- Istituzione della classe MotoGP 990 4 tempi, grazie alla quale le moto sono diventate impossibili da guidare senza il soccorso della più sofisticata elettronica. Costi insostenibili di gestione, ricerca e sviluppo.
- Riduzione della cilindrata da 990 a 800 con stessi costi delle 990 e l’aggravio dei costi di riprogettazione.
- Riduzione da quattro a tre piloti per ogni fila dello schieramento di partenza della MotoGP, al solo scopo di nascondere ai gonzi l’esiguità del numero dei partecipanti.
- Persecuzione sistematica delle classi 125 e 250, relegate a un ruolo più che subalterno nell’ambito di una strategia volta all’esaltazione della classe “regina†e all’estinzione dei motori a due tempi.
- Focalizzazione dell’attenzione del pubblico e dei media sul pilota quale protagonista assoluto, col risultato che buona parte del pubblico non sa nemmeno con che marca di moto corra il pilota di cui si parla e che le pretese economiche dei top rider – o di quelli che si reputano tali – hanno raggiunto cifre impossibili.
- Allontanamento del pubblico dai protagonisti delle corse, trasformando il paddock in un ambiente asettico riservato a un a casta di privilegiati.

Tutte queste decisioni hanno avuto sempre due fini: scimmiottare la Formula 1 automobilistica e danneggiare il Mondiale Superbike, reo di possedere una formula che funziona molto bene a dispetto dello scarso seguito dei mass media.

Scimmiottare la Formula 1 auto, unico sport della velocità in cui i sorpassi si fanno al box con l’aiuto dei meccanici, e in cui l’interesse si crea artificiosamente con la (costosissima) esaltazione mediatica, significa voler demolire uno sport che avrebbe bisogno solo di regole tecniche e sportive intelligenti per brillare splendidamente di luce propria. Danneggiare il Mondiale Superbike illudendosi di poter avvantaggiare in questo modo la MotoGP è indice dell’incapacità di risolvere in altre maniere più produttive i propri problemi.

L’ultima idea della Dorna è l’abolizione delle classi 125 e 250 sostituendole con un qualcosa di non ben precisato che assomiglierebbe a una classe 600 con motori derivati di serie. Qualcosa di molto simile alle moto che corrono nel Mondiale Supersport. È lampante che si tratti di una mossa altamente scorretta (indipendentemente dalla sua fattibilità, o meno, dal punto di vista legale) che la Federazione Motociclistica Internazionale dovrebbe impedire mettendo subito fine a questa guerra fra organizzatori che è ormai apertamente dichiarata e che può produrre enormi danni.

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Il caso Haga: un pilota “fratturato†può correre?

Diversi punti di vista sull’argomento. C’è chi condanna senza appello e c’è invece Meregalli, direttore sportivo del Team Yamaha, che difende a spada tratta il suo pilota e ne esalta il coraggio

Al Nurburgring, in occasione della settima prova del mondiale Superbike ho avuto un piacevole scambio di opinioni con Massimo Meregalli, direttore sportivo del Team Yamaha Italia per cui corrono Troy Corser e Noriyuki Haga.
Meregalli manifestava apertamente il suo dissenso nei confronti della polemica in merito alla partecipazione di Haga al GP degli Stati Uniti nonostante la frattura scomposta e pluriframmentaria della clavicola destra causata da una caduta in prova.
“Non capisco – diceva Meregalli – secondo me un gesto come quello di Haga era da esaltare, perché l’abnegazione, la volontà, la vittoria sul dolore, sono i grandi valori dello sport e vanno apprezzati e insegnati ai giovani, invece Noriyuki è stato criticato come se fosse un incosciente che si getta allo sbaraglio mettendo a richio non solo la propria, ma anche l’altrui incolumitàâ€.
Questa accorata difesa di Haga da parte del suo direttore sportivo – ex corridore di grande valore (vinse anche una prova del mondiale Supersport) – è apprezzabile ma fa anche pensare. È Meregalli che è ancora troppo pilota nella testa, e che quindi è istintivamente portato a pensarla come loro, oppure ha ragione e le critiche erano sbagliate? Da notare che la condanna della decisione di lasciar correre Haga è venuta anche da Francesco Batta team manager certamente espertissimo, che però non è un ex pilota come Meregalli.
Il dottor Corbascio, responsabile della clinica mobile Superbike è convinto che Haga dovesse essere lasciato libero di correre. “Dal punto di vista del medico – dice – da un lato c’era questa frattura scomposta, ma dall’altro un pilota professionista che, sottoposto a tutti i test del caso, mi ha dimostrato che non sentiva dolore e che aveva i requisiti di lucidità e di forza fisica necessari per affrontare una corsa. Perché quindi impedirgli di correre?â€. Inutile dire che ci sono suoi colleghi che la pensano in modo diametralmente opposto.
Il mio pensiero personale sull’argomento è viziato dallo sdoppiamento della personalità: da una parte la mia esperienza di ex pilota, che ha corso in circuiti pericolosissimi e che per correre avrebbe accettato ogni rischio, dall’altra il giornalista di vecchia penna, che conosce il mestiere e le sue belle e brutte regole.
Apprezzo Meregalli, apprezzo Haga e mi schiero dalla loro parte col cuore, ma l’esperienza mi insegna che se Haga con una nuova caduta (che c’è stata) avesse peggiorato gravemente la precedente frattura, o avesse coinvolto un altro pilota causandogli danni, gli avvoltoi, che volano sempre bassi sul nostro sport, si sarebbero avventati con lugubre entusiasmo sulla preda.
Concludo irrazionalmente: Haga dopo il GP USA si è fatto operare e neanche due settimane più tardi ha vinto entrambe le manche del GP di Germania. Grande Haga!

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I top manager: soldi e risultati

La moto Guzzi 254 degli Anni \'70: una delle micidiali pensate di De Tomaso

Perché chi affossa con le sue decisioni grandi aziende con migliaia di dipendenti può poi uscirsene con liquidazioni milionarie? Non succede solo in Alitalia o simili. Anche il motociclismo nel suo piccolo…

Un argomento di attualità in questi giorni è l’incongruità degli stipendi di tanti top manager. Spesso fanno danni incalcolabili alle aziende che amministrano, poi se ne escono con liquidazioni da milioni e milioni di euro, mentre i dipendenti devono adattarsi a tirare la cinghia oltre l’ultimo buco.
Che cosa c’entra questo con le moto? C’entra eccome! I top manager ci sono anche nelle nostre aziende e spesso e volentieri ne combinano di grosse, anche se le liquidazioni sono senz’altro più basse di quelle dei loro colleghi di Alitalia, delle Ferrovie o della Telecom.

Quando ho cominciato questo mestiere, la prima fabbrica che visitai fu la Moto Guzzi, appena entrata nell’era De Tomaso. Fui ricevuto dal direttore generale, che mi espresse questa tesi: “I vecchi concessionari che si lamentano dello scadimento del prodotto non sono stati capaci di adeguarsi al mutare dei tempi. Loro amano le moto e non hanno capito che non si deve mai amare il prodotto che si deve vendere, altrimenti non si svolge serenamente, obiettivamente e produttivamente il proprio lavoro. La moto oggi si deve vendere come il prosciutto dal salumiereâ€.
Pochi giorni dopo – un po’ frastornato per questo primo approccio che mi aveva lasciato di stucco – visitai la Gilera ad Arcore. Qui mi accolse l’amministratore delegato, il quale, con poche varianti, mi ripeté praticamente le stesse cose dettemi dal suo collega della Guzzi. Ricordo anche quanto si seccava il “boss†dell’Agrati, quando gli facevo domande che non gradiva su alcune strategie strane della sua azienda, e come si innervosì Ivano Beggio allorché cercai di approfondire le motivazioni di alcune sue scelte di diversificazione industriale che sembravano all’origine di grossi problemi per l’Aprilia.
Sia ben chiaro: io non devo insegnare il mestiere dell’industriale a nessuno: non ne ho alcun titolo. Però nessuno mi può impedire di ricordare, di valutare, di chiedere. Per capire e per riferire. Ebbene, tutti quei manager che mi esponevano le loro evolute teorie hanno visto le rispettive aziende fallire, oppure entrare in stati di grave crisi. Ho visto la Piaggio affossata anni fa (prima della gestione Colaninno) da un’operazione finanziaria vergognosamente speculativa e oggi vedo le catene di montaggio della MV Agusta e di ciò che rimane della Cagiva nuovamente ferme in attesa di un salvatore.

Io desidero che i top manager si arricchiscano - la demagogia non mi tocca - ma come conseguenza di capacità professionali dimostrate dall’evidenza dei risultati. Sogno il ritorno degli industriali, quelli del prodotto, perché le moto buone che tutti apprezzano non si fanno in banca, ma in officina. E non nascono per caso.

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