Boulton aveva capito tutto

La visita a un museo di Manchester offre lo spunto per riflessioni importanti sulla frenesia odierna per il progresso, per la potenza, spesso anche per il superfluo

 

Sono stato in ferie in Scozia. Città di partenza: Manchester (che è ancora in Inghilterra, non confondiamo, altrimenti gli scozzesi si arrabbiano). Qui, mentre moglie e figlia visitavano i negozi del centro, sono andato a bearmi nello splendido museo dei trasporti. All’ingresso (gratuito) ci si imbatte in una grande cartellone che mi ha fornito subito spunto per successive riflessioni. È dedicato a Matthew Boulton, il pioniere di tutta l’industria moderna, e riporta una frase da lui pronunciata a metà del 1700 ad un congresso di imprenditori del tempo: “Signori, io vendo ciò che tutti desiderano di più al mondo: la potenza”. Boulton era stato il primo a comprendere la portata del motore a vapore perfezionato da James Watt, e ne era diventato socio e primo artefice della sua diffusione.

Si potrebbe quasi adottare questa frase di Boulton come l’emblema degli ultimi due secoli: il 1800 e il 1900. Da questa frase infatti è partito tutto. Nel bene e nel male. Nel bene, col progresso continuo, inarrestabile, a vantaggio delle condizioni di vita, della crescita sociale ed economica, della salute dell’umanità. Nel male con la frenesia, giunta ormai al limite dell’assurdo, indotta in tutti i campi dal progresso: lavoro a ritmi stressanti e dipendenza, quasi schiavitù psicologica, nei confronti dei più sofisticati e potenti prodotti immessi sul mercato, spesso ricchi di funzionalità inutili o non sfruttabili dalle masse a cui si rivolgono e che soggiogano.

Così per fare il giornalista fino a venti anni fa bastava la macchina da scrivere, mentre adesso ci sono i computer, con tutto ciò che ne consegue: ti aprono nuovi orizzonti e tu quegli orizzonti devi conoscerli tutti per non rimanere indietro. E non solo: devi svolgere più ruoli. Il giornalista oggi sostituisce il poligrafico lavorando direttamente in un programma di impaginazione e deve occuparsi di cose a cui prima non pensava minimamente, come la correzione delle bozze e la larghezza dei caratteri del testo, da scegliere con cura (le “I” o le “V” sono più strette delle “M” e delle “O”) per far rientrare un titolo in una gabbia preimpostata. Se svolge compiti di inviato deve anche avere conoscenze di informatica per porre rimedio, in emergenza, ad eventuali problemi del computer.

Ogni attività è stata profondamente trasformata dal progresso, al punto che oggi spesso gli svantaggi superano i vantaggi. Il desiderio di potenza, perfettamente anticipato dalla citata frase di Boulton, è la guida di tutto, e spiega perché i motociclisti odierni vogliano bolidi di quasi 200 CV per circolare su strade con limiti adatti per i tricicli a vapore dell’800, quando con 50 CV si potrebbe godere egualmente tutto il bello della moto.

Frenare la moto si può, e bene, grazie al progresso. Ma è il progresso che in tutti i suoi aspetti, anche quelli negativi, non si può frenare. Avete una soluzione voi? Io non ce l’ho.

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11 Commenti »

  1. di permb@libero.it | 27 Agosto 2010 h. 10:12


    Si. C’è una soluzione. Bisogna iniziare a cambiare le frasi tipo “il progresso non si può frenare”. E’ una frase da inizio del secolo scorso. Oggi progresso significa altro. E questa non penso sia la sede giusta per parlarne. Penso che qui si possa parlare dei nostri sogni a due ruote. Giocattoli per bambini cresciuti (poco).

  2. di Nameless | 27 Agosto 2010 h. 10:13


    Una soluzione? Che il progresso si freni da solo.
    Oltre un certo limite è inutile andare, chiaramente la massa si accorge del limite quando è già stato superato abbondantemente. Si cominciano però a vedere dei segnali.
    Le moto supersportive calano di vendite, e non mi stupirei se nel giro di qualche anno si tornerà a cilindrate più umane. Sulle auto è già in atto un opera di riduzione delle cilindrate e delle potenze, per ora la gente storce il naso di fronte a vetture di 1200 kg con 100 CV, ma presto ci rendremo conto che sono più che sufficienti.
    La mia auto pesa 1200 kg e ha 90 CV ben erogati da un 1.4 turbodiesel, una volta ogni 1000 km penso che se avessi un motore più potente potrei fare un sorpasso, mentre col mio devo stare dietro. Una volta ogni 1000 km non vale la spesa in carburante, bollo e assicurazione che comporterebbe avere 130 CV. Io ci sono arrivato, e come me molti altri, piano piano chi vuole la potenza resterà una minoranza.
    I computer sono sempre più potenti, ma anche in quel campo l’evoluzione ha rallentato già da qualche anno, perché buona parte dei software sfrutta solo in minima parte la potenza messa a disposizione, se si escludono applicativi particolari, e i giochi.
    Lavoro su un CAD parametrico tridimensionale di fine 2009 con una workstation del 2004, e a casa uso programmi di scrittura e navigazione internet con un portatile del 2003. Dieci anni fa un PC non durava più di due anni, poi era necessario cambiarlo perché non supportava più i programmi.
    La crisi forse ci insegnerà a capire cos’è necessario e cos’è superfluo, forse ci vorranno ancora dei decenni, ma la ricerca sta iniziando a cercare nuove direzioni, e piano piano ci arriveranno anche gli utenti.
    O almeno me lo auguro.
    Buon Lavoro

  3. di moebus | 27 Agosto 2010 h. 10:54


    Ragionamento molto interessante, anche perchè espandibile un po’ a tutti i frangenti della nostra modernità:
    il progresso è comunque sempre auspicabile, pero’ spesso e volentieri a preso ‘forme’ tali per cui risulta essere fine a se stesso…
    prendiamo le moto: l’accrescimento della potenze ha reso necessario uno studio per telai migliori, gomme piu’ performanti, freni piu’ potenti,
    e sempre piu’ spesso centraline che controllano (e in caso di necessita’ tagliano!!!) tutta questa potenza….
    Succede cosi’ anche per i nostri Pc di casa, potenze sempre maggiori ma software sempre piu’ complessi che ne diminuiscono le prestazioni…
    o addiruttura per le autmobili, sempre piu’ accessoriate quindi sempre piu’ pesanti che quindi necessitano di motori
    con potenze che solo 10 anni fa’ erano destinati a mezzi veloci (ormai una utilitaria si aggira sui 90 CV!!….)
    Questo alimenta una industria che è sempre alla ricerca dell’ultimo ritrovato in fatto di tecnologia, ma sopratutto
    (in questo periodo) del contnimento dei costi….
    e questo in parte spiega il nostro alto tenore di vita che pero’ sacrifica (moolto…trooopo) il tempo che possiamo dedicare
    ai nostri interessi, e ai nostri affetti,…insomma il nostro tempo libero, cosicchè la moto da 201 CV (nonchè il megacomputer e il
    il monitor da 123 pollici) diventa piu’ uno status perchè effetivamnete il tempo che possiamo dedicargli è limitato.
    Insomma, anche noi, come i nostri accessori, siamo sempre piu’ pieni di archibugi, ma abbiamo sempre meno tempo per utilizzarli!!!
    Quindi che ce ne faccimo di questo progresso??
    bhe, in alcuni casi esso aiuta veramnte a vivere meglio, in altri casi (come sopra) forse serve solo a mandara avanti
    il carrozzone economico che non puo’ conoscere recessioni (guai se il PIL scende dell’0,012%!!).
    Concludo nel dire che in parte tutto questo lo vgliamo noi (anche io è!!), il mercato segue le nostre
    indicazioni, appaga le nostre esigenze(o presunte tali) ma prima ancora ce le crea!!!!

  4. di mamhulk0602 | 27 Agosto 2010 h. 12:01


    Purtroppo la penso anche io come te, caro Rivola, ma non è facile uscire dal “tunnel”, tutti ti giudicano e se non hai una macchina fotografica da 20Mpx, una moto con 200cv, una macchina grande come un camion, non sei nessuno.

  5. di stefanomecchia | 27 Agosto 2010 h. 12:31


    Ottimo il commento di Moebus e mi associo. I giapponesi più di tutti sembrano pensare più di tutti “fermateci voi perché noi non ne siamo più in grado”. Lo dimostra in un certo senso anche l’importanza che tutt’oggi danno alla MotoGp piuttosto che alla SBK perché per loro il primato tecnologico è tutto. Poco importa se poi lo spettacolo è pietoso (la MotoGp è morta per quanto mi riguarda, il vero mondiale velocità è la Superbike) e i team fuggono via per insostenibilità dei costi.
    Un cambiamento comunque avverrà. Sarà progressivo o drastico ma avverrà perché siamo al limite.

  6. di principe0602 | 27 Agosto 2010 h. 15:49


    Credo che il progresso non si possa rallentare, tanto meno fermare, e mi spiego. Ho 62 anni e sono un uomo super fortunato, la vita mi ha dato quasi tutto: le migliori macchine da rally; in garage, vetture e moto super belle, per non parlare della famiglia, sono ancora sposato con la stessa donna dopo 33 anni e ho 2 figli (femmina e maschio) meravigliosi. Pero` alla mia eta` il progresso si e` fermato; mi sono ricostruito una Range Rover del 1983 (3 porte) come me la sono sognata e pensata negli ultimi 10 anni, (non ho altre macchine), ho una moto del 2006 con quasi 50.000 km kittata come piace a me e non ho nessuna intenzione di cambiarla, e cosi` va per tutto quello che succede in casa. Vi ho raccontato questo non per darmi del bravo, ma perche`mentre per me il progresso si e` fermato, per i miei figli (31 e 29 anni) e` solo cominciato; vogliono macchine belle e veloci, moto all’ultimo grido, abbigliamento alla moda, ecc. ecc. Voi direte, bella roba avete i soldi per comprare quello che vi piace, vero, ma in ogni famiglia mentre i “vecchi” pretendono di meno, i giovani vogliono il meglio. E` sbagliato? non credo, e` cosi` oggi, era cosi` ieri e ieri l’altro e sara` cosi` domani. Forse il progresso cambiera` direzione, dalle Ferrari passeremo alla macchina elettrica, ma ci sara` la Smart e la 599 a batterie, i “vecchi” andranno in Smart e i giovani con la 599. L’unica cosa che non cambiera` mai e che un giorno il “Grande Capo” ci chiamera`, vi garantisco che non ha mai dimenticato nessuno. Morale? vivete sereni e non toglitevi il sonno perche` le 1000 superbike hanno 200 cv, comprate la moto del cuore e non quella migliore di quella del vicino di casa.

  7. di vivalasbronza@hotmail.com | 27 Agosto 2010 h. 16:53


    Alcuni anni fa, mi sono reso conto come voi che il ritmo dell’evoluzione tecnologica ha superato la capacita’ della persona media di starle al passo.
    Il paradosso e’ che ci viene chiesto di rimanere al lavoro piu a lungo, e di fare aggiornamento sempre piu frequentemente quando si sa che con l’eta’ diventa sempre piu difficile.
    Penso che come e’ avvenuto per le moto superpotenti che non trovano piu acquirenti, anche il progresso vertiginoso arrivera’ ad un punto di stallo e allora si pensera a nuovi metodi/tecnologie per aggirarlo. Il progresso non si arrestera’ ma cambiera’.

  8. di gluca59 | 27 Agosto 2010 h. 20:15


    condivido il commento di principeo602, però aggiungo che questa ricerca del massimo è anche molto condizionata dalle mode e dai miti che ci impone la nostra società.
    Ora i macchinoni, l’ipad (anche se quasi nessuno sa realmente cosa farsene…), le mega moto, etc.
    Potrebbe accadere che i nuovi miti diventino una macchina più ecocompatibile, quindi leggera e a minor impatto ambientale, moto di grande carattere piuttosto che grandi prestazioni (le harley, ma anche guzzi e molte bmw, non sono così?), nell’elettronica già si vede che la estrema potenza disponibile lascia spazio ad una grande personalizzazione dei dispositivi per le esigenze di (immaginari) utenti, etc etc.
    Quel che non credo cambierà è che esisterà sempre un top, e sarà sempre costoso, elitario, e continuerà ad alimentare i sogni di vorrei ma non posso, anche se in realtà manca il reale bisogno di quella determinata cosa.
    Per interrompere questo circolo bisogna lavorare sulla nostra testa, le nostre percezioni di cosa è importante e cosa meno, sui valori. E decisamente il discorso si fa lungo.
    Ho una figlia di 11 anni, vorrei che acquisisse questa capacità di discernere fra il piacevole e il superfluo, perchè credo possa rendere più liberi, e quindi felici.
    Non ci sto riuscendo, accetto consigli utili…

  9. di patopato | 27 Agosto 2010 h. 21:27


    Condivido in pieno.E questo concetto si può applicare a qualsiasi campo della nostra vita.(vita?…)E’ come uscire per ritirare la posta,in ciabatte,e trovarsi in mezzo alla maratona per il titolo mondiale!..Qualcuno decide che una macchina deve allungarsi e appesantirsi o che vada ritoccata un anno si e uno quasi,o che il PIL debba salire di 1 punto senza che nessuno di noi ne abbia un qualche reale vantaggio nella vita di tutti giorni,o ancora decide che quest’anno la camicia si porta a quadri e non a righe e nessuno può dire niente…Non ne usciremo mai.Forse è compito della politica,quella vera,intavolare una seria discussione a livello globale,in cui si accenni a dei limiti,senza imporre niente,per carità,senza che si debba semppre girare metro alla mano per non sforare,ma non si può nemmeno navigare sempre e solo a vista,senza rotta…Nessuno può affermare che durante l’età delle pietra l’uomo fosse più sereno e spensierato che non di questi tempi grami.Dunque non torniamo all’età della pietra,ma che si eviti di costruire castelli per aria,quando la gente vive ancora con i piedi ben piantati per terra.Sono stato bravo,non sono uscito dai limiti di questa casella di testo in cui la mia testa è confinata!..

  10. di fabiokawa0309 | 27 Agosto 2010 h. 23:29


    in realtà per il ‘nostro’ settore voi giornalisti qualcosa potreste fare: smetterla di esaltare ogni nuovo modello che viene presentato come il ‘migliore’, anzi, avreste dovuto smettere qualche decina di cv or sono!
    i nuovi modelli spesso non sono migliori dei vecchi, vedasi la qualità costruttiva o della componentistica, ma per per voi una forcella regolabile non serve, se il modello è nuovo, poi l’anno successivo, alla prima rivisitazione, l’aggiunta di una ghiera diventa fondamentale e l’anno successivo ancora, un’altro pomello la rende insuperabile, per poi ricominciare il giro al 3-4 anno, con un altro nuovo modello con forcella non regolabile !

    più in generale il discorso è molto pù complesso: il progresso è la Cina con il PIL in aumento del 10% e l’inquinamento mondiale ormai insostenibile ? la ricchezza spropositata di alcune migliaia di persone e la povertà estrema di svariati milioni di esseri umani? beh questo ‘progresso’ può essere fermato da tutti: nessuno di noi, o quasi, ha bisogno di nuove tv, pc, moto, auto, ecc.. queste sono solo necessità di chi li produce/vende, non certo di chi li costruisce/compra, e non è vero che se fermiamo i consumi a rimetterci saranno ‘gli operai’; noi siamo solo manodopera, possiamo costruire qualunque cosa: automobili o letti ospedalieri, moto o attrezzature medicali sono uguali; la differenza è che chi può stabilire le regole per ‘indirizzare’ il progresso ha interesse a vendere auto/tv, al limite polizze assicurative, non certo a migliorare la protezione sociale! e noi come polli continuiamo ad ingozzarci di tutto quanto ci viene fornito, finchè faremo la fine dei polli!

  11. di blackhornet79 | 28 Agosto 2010 h. 00:15


    Caro Rivola oggi tema amletico di difficile risposta, ma io provo a dartela comunque. Ci dicono che il progresso serve x inquinare meno per essere piu’ sicuri per stare piu’ in salute ecc, ma alla fine dei conti se prima circolavano cento moto inquinanti ora ne circolano 100.000 pulite (non e’ lo stesso?), se prima non c’era l’ABS oggi ci sono le strade ridotte a campi da cross (e non c’e’ ABS che ti eviti cadute), se girano mezzi piu’ puliti perche’ a Milano o a Roma non si respira e anche nelle piccole citta’ l’inquinamento e’ altissimo? Per me la verita’ e’ che questo progresso sia la maschera che ci mettiamo perche’ abbiamo voglia di farci soggiogare da frottole che aiutano il mondo e l’economia a non fermarsi altrimenti finiremo col culo per aria tutti! Ma credo che oggi ci si cominci a rendere conto di questo, e sara’ bene capirlo alla svelta perche’ se continueremo cosi finiremo molto male !

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Il tarlo del dubbio

Tutto ciò che scriviamo va analizzato criticamente, non “bevuto”, ma deve comunque esistere fiducia fra lettore e giornalista, altrimenti il rapporto è impossibile e inutile

 

Finalmente è arrivato il comunicato ufficiale che ha eliminato ogni dubbio sul matrimonio del secolo: Valentino Rossi – Ducati Desmosedici. La conferma è arrivata pochi giorni dopo la smentita, sempre ufficiale, che esistesse già una firma. Figurarsi se in meno di quindici giorni si è steso, perfezionato e firmato un contratto senz’altro molto complicato: semplicemente era già tutto pronto, ma per l’annuncio e la sua diffusione internazionale era stata fissata una data precisa. Normale.

Personalmente avevo la certezza, per una confidenza sfuggita a qualcuno più che credibile, che un contratto firmato esistesse già, nonostante la smentita. Anche se ero in ferie all’estero, mi è sembrato dunque doveroso, visto il mestiere che faccio, pubblicare l’informazione di cui disponevo, considerata la fondatezza della notizia e l’interesse indiscutibile dell’argomento. Prima di farlo mi sono comunque consultato col Direttore, anche lui in vacanza a qualche migliaio di chilometri di distanza da me, quindi ho scritto e messo on-line.

Onestamente pensavo di aver fatto il mio dovere nei confronti dei lettori. Niente di più, ma anche niente di meno. Eppure nei commenti all’articolo ho scoperto che c’è chi pensa che il mestiere di giornalista si debba fare in un altro modo. “Fonte autorevole? Allora perché non dite nome e cognome? Ne sapete né più ne meno di tutti gli altri, non fate i fenomeni. Siete solo “giornalisti” buoni per Chi o Novella 3000”.

Perché scrivere un commento del genere? Chi glielo fa fare, a questo lettore di consultare ciò che scriviamo, se nei nostri confronti nutre un tale disprezzo? Nome e cognome? Uno dei diritti fondamentali dell’informazione libera è quello della segretezza delle fonti, con l’ovvia conseguenza che il giornalista si assume la responsabilità di ciò che scrive. Anche perché se avessi citato nome e cognome, che ovviamente conosco, avrei ottenuto senz’altro una smentita ufficiale, visto che non esisteva una registrazione della confidenza.

Nel rapporto fra lettori e giornalisti – e in particolar modo nel caso di riviste specializzate, in cui fra lettori e redattori esistono passione e competenze in comune – la fiducia è fondamentale, e non deve essere a priori: personalmente faccio questo mestiere da 37 anni e se ho un certo numero di persone che mi stimano è perché questa fiducia ho cercato di crearmela nel tempo con un comportamento coerente basato soprattutto su una regola: mai prendere in giro il lettore.

Purtroppo però c’è sempre chi anche dal nulla deve creare l’ombra del sospetto, dell’intrigo, dell’interesse occulto. Sull’ultimo numero di Dueruote ho scritto un racconto sulle origini della Moto Guzzi e su un suo co-fondatore di cui pochissimi conoscono il nome. Giovanni Ravelli, un personaggio pieno di fascino perché pioniere delle corse in moto e del volo agli inizi del ‘900, e ingiustamente dimenticato. Sul Forum di Motonline, qualcuno ha voluto esprimere dei giudizi sul racconto – e ringrazio perché sono positivi – ma uno non è riuscito a trattenersi: “Secondo me c’e’ la “spinta” Guzzi” – ha scritto. Naturalmente non è vero: alla Guzzi ho chiesto solo un paio di foto, nulla di più, e l’idea del racconto mi è venuta svegliandomi un po’ presto la mattina e pensando a qualcosa di intrigante che i lettori potessero gradire. Nient’altro.

 

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La Guzzi nel cuore

Un Guzzista di 81 anni mi telefona e mi parla del suo amore per la Casa di Mandello e afferma che la chiave del suo rilancio risiede nella riscoperta della filosofia dei fondatori

 

Qualche giorno fa ho ricevuto una telefonata in redazione da parte di un lettore particolare, uno di quelli che tanti moderni manager dell’industria motociclistica (ma anche automobilistica e di altri generi) dicono di tenere nella massima considerazione, mentre in realtà darebbero loro fuoco molto volentieri.

Il lettore in questione, che chiamava da Savona, ha esordito con queste parole: “Sono un motociclista di ottantun’anni e un grande appassionato di Moto Guzzi”.

Voleva inserirsi in una discussione di cui aveva letto sulle pagine che Dueruote dedica mensilmente al Forum di Motonline, una discussione sulla Guzzi e sulle recenti politiche commerciali e produttive della Casa di Mandello.

“Per me la Moto Guzzi è un amore antico – diceva – conosco la sua storia, che non ha paragoni, e mi chiedo se gli attuali manager la conoscano. Se la conoscessero, per salvare la Guzzi di oggi basterebbe che guardassero indietro e riproponessero uno o più dei tanti fenomeni che la Guzzi ha prodotto, ma non creando una moto per nostalgici, bensì progettando un modello attualissimo che possa figurare davvero come il proseguimento coerente della storia dell’azienda”.

Di appassionati come questo anziano lettore ce ne sono tantissimi e non solo da settant’anni di età in su. D’altra parte, considerando come è stata gestita e che cosa ha proposto l’industria di Mandello negli ultimi trent’anni, non esiste altra giustificazione possibile alla sopravvivenza di questo marchio, se non un amore quasi incondizionato da parte di chi ha continuato ad acquistare le sue moto anche quando altre motivazioni razionali non ne esistevano proprio.

Questo è uno di quei lettori che facevano venire l’orticaria al direttore commerciale della Guzzi e Benelli ai tempi di De Tomaso. Un giorno questo signore mi mostrò un pacco di lettere dicendomi: “Li vede? Questi sono “gli amanti traditi”, quelli che si lamentano perché la Guzzi a loro parere non è più la Guzzi, perché la qualità è calata… Questi non hanno capito che oggi una motocicletta si deve vendere come il prosciutto da salumiere, altro che nostalgie…”.

Oggi i manager non sono più così: si mettono la divisa dell’azienda che rappresentano, parlano moltissimo di storia, ma la tengono in considerazione solo se si lega alle loro idee di marketing. Oppure la interpretano per renderla consona a queste idee.

Sapeste quante volte mi è capitato di sentirmi dire, quando facevo qualche obiezione su un nuovo modello: “Rivola, lei è un appassionato…”. E aggiungevano, facendomi capire che non intendevano offendermi: “E poi le cose cambiano…”, come dire: “Sei vecchio ormai, dovresti aggiornarti”.

Fu così all’apparizione della BMW C1, ed è andata come è andata. Ero un appassionato e un po’ vecchio già allora, ma l’errore di valutazione non fu il mio, bensì di quelli che con molta gentilezza mi facevano capire che ero un po’ “rinco”.

Non bisogna rifare i modelli del passato, questo no di certo, ma rifarsi a una passata mentalità vincente, con coraggio e lungimiranza, questa è la strada giusta. Il problema è che ormai ciò che manca, dopo tanti gravi errori, è il margine per poterlo fare.

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Rivoluzione femminile

Hanno cominciato dai pantaloni, adesso fumano più dei maschi e la sera riempiono i locali dove vedi pochi maschietti. Ma non è finita: noi lasciamo le supersport. E loro le comprano

 

C’è il bar della stazione, a Brisighella, il paese della Romagna in cui vivo, sulla statale fra Faenza e Firenze, che nel fine settimana brulica sempre di motociclisti in procinto di andare, o di ritorno dal Passo della Colla. Uno dei tanti bar del genere dalle mie parti, con il valore aggiunto di essere gestito da ragazze. Il che non guasta affatto.

Ve lo dico subito: non mi conoscono nemmeno e non andrò là adesso sventolando la stampata di questo blog…

Il motivo per cui ne parlo è che recentemente, passando di lì per vedere se c’era qualche amico motociclista con cui scambiare quattro chiacchiere, ho visto arrivare una supersportiva. Ho lanciato un’occhiata alla moto, ma subito il mio sguardo è stato catturato dal pilota, che, toltosi il casco, si è rivelato una bella ragazza, per nulla mascolina, con tuta di pelle coordinata al colore della carrozzeria. L’ho riconosciuta come una delle ragazze che serviva al bar e che ora, mi hanno detto, per sfogare meglio la sua passione è andata a lavorare in un negozio di moto a Lugo.

Avrei per caso qualcosa da ridire su questo? No, sinceramente nulla. Però è una cosa che mi fa riflettere.

Il mercato delle moto denuncia un preoccupante – ma assolutamente prevedibile – crollo delle supersportive, modelli ormai inutili a causa del loro eccesso globale: dalle prestazioni inutilizzabili, alla tecnologia da corsa e non da strada, al costo. I motociclisti maschi le stanno abbandonando per passare a più fruibili, meno costose e altrettanto appaganti enduro bicilindriche, o in ogni caso a modelli meno esasperati.

Cambio inquadratura, ma non argomento: la sera in città dopo cena, nei locali si vedono ormai più donne che uomini: escono spesso in compagnia di amiche e ci si chiede dove siano finiti i loro coetanei maschi. Tutti in pantofole davanti ai computer o alla televisione? E non è finita: moltissime donne fumano sigarette, mentre il vizio è in costante e rapido calo presso il pubblico maschile.

Concludo tornando alle moto: fra un po’ di tempo al bar della stazione di Brisighella il sabato e la domenica vedrò un nugolo di belle ragazze in sella a maxisportive tiratissime guardare dall’alto in basso Sergio, il Professore e gli altri, seduti sui comodi selloni di tanti scooter?

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Chiamatemi Cassandra

 

Si parla continuamente di crisi, ma la mia opinione è che siamo invece vicini ad un punto di rottura dopo una crescita incontrollata. Sono troppo pessimista?

 La MotoGP costa troppo e non trova altre Case disposte a partecipare al più prestigioso campionato motociclistico di velocità oltre a quelle già presenti. Il mondiale Superbike ha una nutrita partecipazione di Case, ma risente comunque della necessità di ridurre gli investimenti indispensabili ai team per creare e gestire moto competitive. Il mercato motociclistico è in forte depressione. Gli spettatori nei circuiti calano perché il prezzo dei biglietti e delle trasferte per raggiungere i teatri di gara è troppo oneroso.

È la crisi, bellezza…

A mio parere non è la crisi, o almeno questa incide solo in piccola parte su tutti i fenomeni regressivi che stanno verificandosi in tutto il mondo occidentale.

La mia opinione è che per troppi anni si sia fatta molta confusione, voluta o meno, abituandosi a una crescita temporanea e convincendosi che fosse inarrestabile. Parlando di mercato, si è regolarmente gabellato ogni picco di vendite con la normalità. In poco più di due lustri si è passati da 75.000 immatricolazioni all’anno a 500.000, una cifra straordinaria che mai era stata raggiunta precedentemente in Italia e che non poteva durare. Invece tutte le Case si sono strutturate per questi numeri, chiaramente esagerati per il nostro mercato, e adesso che si manifesta un calo sensibile, si grida alla crisi, si cercano palliativi per gonfiare le vendite, pur sapendo ormai che ciò che occorre fare è ridimensionarsi, se ancora è possibile.

Lo stesso vale per le corse. Qualcuno pensa che sia possibile ancora avere griglie di partenza sufficientemente folte pur mantenendo il livello attuale di costi, in parte legati direttamente alle corse, in parte a tutto il teatro che le circonda, come hospitality faraoniche e simili inutilità? Qualcuno pensa che gli sponsor potranno permettersi di spendere cifre assurde, dalle quali non otterranno mai un rientro pari all’investimento fatto? Neanche “indirettamente”?

Non è certo riducendo la durata dei turni di prove o adottando soluzioncine del genere che si potrà dare un taglio apprezzabile ai costi. Anche qui occorre un ridimensionamento, ma il sistema, così com’è organizzato (leggi “viziato”) non lo consentirà. Perché accada bisognerà che la situazione peggiori al punto tale da raggiungere il limite del tracollo.

Sono troppo pessimista?

 

 

 

 

 

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El pibe de platino

Maradona dedica le vittorie mondiali dell’Argentina a Valentino Rossi, che sembra in procinto di sposarsi con l’altra gloria nazionale del motociclismo: la Ducati. Parliamo del matrimonio del secolo

 

Si parla ormai e non più solo per alimentare polemiche e attizzare il tifo, del passaggio di Valentino Rossi alla Ducati. Alcuni, quelli più abituati a raccontare gli eventi prima che accadano (e mica sono pochi, e non solo in Italia) lo danno già per concluso.

Io non lo so. Ritengo che sia fra le cose possibili, che la Ducati stia facendo di tutto per convolare a nozze col più desiderabile fra i piloti, che infine a Valentino non dispiacerebbe affatto concludere la sua incredibile carriera vincendo un titolo con l’unica moto italiana che – dai tempi della MV Agusta – abbia strappato di prepotenza un titolo agli straricchi e stratecnici giapponesi nella categoria che più di ogni altra per loro conta.

Devo ammettere che una simile ipotesi mi entusiasma. Ritengo che non sia tanto una sfida sportiva, e nemmeno tecnica. Valentino ha già dimostrato ciò che… vale, e la Ducati ha ormai convinto tutto il mondo di essere l’unica industria, per quanto piccola, capace di tener testa nelle corse ai giapponesi. Mi entusiasma invece perché, da cultore della storia, mi rendo conto che un simile evento – specie se sfociasse in un titolo mondiale, anche solo uno – metterebbe tutti d’accordo nel ritenerlo l’episodio più importante dei 110 anni di pur gloriosissima vita del motociclismo italiano, anche senza spingersi, naturalmente, a proiettare questo giudizio nel futuro.

Tutte rose? No certamente: Valentino Rossi è ancora un pilota vincente grazie al suo talento unico e alla voglia di correre e di battersi che ha ancora nonostante tanti anni di carriera, l’enorme tesoro accumulato e la constatazione che nella vita ci sono tantissime altre cose per le quali vale la pena di impegnarsi, e che molte di queste sono alla sua portata. Però per la prima volta ha conosciuto davvero il dolore fisico, si è confrontato con la prospettiva di danni gravi e siccome la sua intelligenza frulla almeno quanto il motore della sua M1, avrà riflettuto su questi temi. Sono riflessioni che non creano grossi problemi a chi non ha mezzo secondo al giro nel “manico”, ma che possono invece riportare fra gli umani i marziani, specie se questi hanno già raggiunto da tempo la maturità.

Quanto alla Ducati, personalmente non ho nessun dubbio sul fatto che la si possa definire in questo momento la regina della tecnica da corsa motociclistica a prescindere dal numero di campionati vinti. Che “quattro gatti con pochi soldi” si possano permettere di battere sonoramente le quattro potenze mondiali del motociclismo è un fatto che non avviene per caso. Significa che dietro a questo c’è un team, ci sono delle genialità e delle competenze vincenti nei confronti di chi, per capacità di investimenti, per conoscenze acquisite in cinquant’anni di corse sempre ai massimi livelli, dovrebbe essere inattaccabile.

Però gli equilibri delle corse cambiano di gara in gara, figurarsi di anno in anno…

L’unica cosa che non mi piacerebbe – posto che si faccia ‘sto matrimonio Rossi-Ducati – sarebbe vedere Valentino scaricare sulla Ducati eventuali insuccessi, o la Ducati spiegare che Rossi “non è più lo stesso” se la sua Desmosedici non vince più.

Dei due a perdere sarebbe senz’altro più la Casa di Borgo Panigale: l’imperatore di Tavullia ha ormai raggiunto un carisma tale, che l’altro imperatore, “El pibe de oro”, Diego Armando Maradona, ha ritenuto di dedicargli le sue vittorie nel mondiale di calcio in Sudafrica. Che dire di più?

 

 

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Siamo nel pallone

Non sono un tifoso di calcio, ma  la penosissima prova della nazionale in Sudafrica ha semplicemente evidenziato le gravi carenze di un sistema che riguardano anche il nostro sport

 

Mentre scrivo questo blog la squadra nazionale italiana di calcio sta per prendere l’aereo in Sudafrica per tornare a casa pesantemente umiliata. Una ventina di uomini, fra gli sportivi più pagati del mondo, ha fornito una prova penosa nella sua totale inconsistenza confrontandosi con squadre che sulla carta avrebbero dovuto tremare anche solo sentendo pronunciare il nome della nostra nazionale.

Lo so che in questo blog non si dovrebbe parlare di calcio, inoltre io non sono un tifoso di calcio. Però sono riflessioni che mi vengono in mente per il semplice fatto che ci vedo punti di contatto anche col nostro sport.

C’è qualcosa che non funziona. Non si possono esaltare atleti – motociclisti o calciatori non fa differenza – solo per compiacere le masse dei loro tifosi; non si possono strapagare campioni a prescindere dai loro risultati, ma solo perché hanno un enorme seguito popolare, magari pompato dalla comunicazione che a sua volta campa su di loro. In questo modo si falsa tutto, e i risultati prima o poi si manifestano.

Due sono le conseguenze gravi di ciò che ho sopra detto: si portano gli atleti a vivere in una dimensione che non esiste e si tolgono loro gli incentivi.

E il peggio di tutto è che ciò accade anche a livelli notevolmente inferiori a quelli massimi. Nel motociclismo ad esempio capita ormai troppo spesso di vedere piloti che dopo aver vinto poche gare nelle categorie minori si sentono subito degli assi, cominciano a fare i “personaggi”, poi, una volta saliti a un ruolo o a una classe più importante, svaniscono nel nulla, o quasi. Lo stesso capita ad alcuni fra i “grandi”, che dopo anni di attività in uno sport nel quale permangono non tanto perché lo desiderino effettivamente, ma perché non saprebbero cos’altro fare, oppure perché gli sponsor continuano a offrire loro milioni di euro, forniscono poi rendimenti scadenti sui quali tutti si interrogano cercando le ragioni della “crisi”.

Togliere gli incentivi è come castrare un campione, poiché campioni si diventa solo in funzione del talento e delle ambizioni.

Mentre si giocava il secondo tempo di Italia-Slovacchia, stavo dirigendomi a Misano per il GP di San Marino Superbike. Fermatomi al distributore, quando sono andato a pagare alla cassa ho sentito questa frase: “Se Lippi fosse andato a Pomigliano fra gli operai Fiat che rischiano di perdere il lavoro e avesse detto a undici giovani che giocano a calcio per passione: vi dò 5000 euro e le spese pagate, e in più, per ogni partita vinta, altri 10000 euro a testa, probabilmente avremmo avuto una squadra che almeno nel suo girone si sarebbe fatta onore”. Demagogico, molto demagogico, ma con un gran fondo di verità.

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Il blog di Rivola: vieteranno i prototipi?

La Dorna vorrebbe rilanciare la MotoGP aprendo ai motori derivati di serie, ma la soluzione sarebbe solo un palliativo per rinfoltire i ranghi. A meno che…

 

La MotoGP arranca, la Superbike soffre. La crisi della prima sembra irrisolvibile, quella della seconda molto meno, visto il margine operativo disponibile e la solidità di un campionato al quale partecipano, più o meno ufficialmente, sette Case.

L’avvento della Moto2, come prevedibile e previsto, non ha portato la benché minima soluzione ai problemi della MotoGP, unica classe sopravvissuta al vecchio campionato prototipi, che sconta l’ingessatura mentale di chi la gestisce e l’obiettiva difficoltà di inventare strade nuove a causa di una situazione assurda che è maturata nel tempo.

Questa situazione è l’altezza ormai irrisoria del gradino che oggi separa i prototipi da fantascienza da una normale moto sportiva di larga diffusione elaborata per correre. Per capirci meglio facciamo un paragone coi tempi passati. Quando Agostini imperversava con la MV 500, la sua quattro cilindri – il massimo disponibile al mondo – aveva non più di 80 CV. Stiamo parlando della seconda metà degli Anni ’60, quando una 250 era ritenuta una grossa cilindrata e in versione da corsa, generalmente più elaborata di quanto oggi sia consentito dal regolamento Superbike, superava di pochissimo i 30 CV. Lo scarto fra una derivata di serie abbastanza diffusa e una 500 GP competitiva era dunque molto elevato: oltre il 150% di potenza in più a vantaggio del prototipo! Su questa abissale differenza si basava e persisteva il mito delle supermoto e dei supercampioni.

Oggi questo scarto si è ridotto a poco o nulla. Una MotoGP ha circa 250 CV (ne potrebbe avere tanti di più, ma non c’è modo di gestirli o non ci sono piloti capaci di farlo) e una Superbike, pur costretta da un regolamento che tende ad evitare le elaborazioni più costose, ne ha oltre 220. In percentuale il vantaggio della MotoGP sulla versione elaborata (ma non al massimo) di una moto stradale molto diffusa si è ridotto a poco più del 10%. Ridicolo.

Ovvio che a questo punto la Dorna, in assenza di Case intenzionate a scendere in campo con prototipi competitivi, o non all’altezza del compito (e ringrazi che c’è ancora chi spende e spande senza mai cogliere risultati apprezzabili) pensi di aprire le porte ai motori derivati di serie, che, in versione libera da vincoli regolamentari, potrebbero guadagnare ancora una buona manciata di cavalli e rinfoltire i ranghi della MotoGP.

Posto che una simile soluzione sia praticabile, visto che i titolari del campionato Superbike non potranno certo farsi demolire in questo modo senza esercitare i loro sacrosanti diritti, la MotoGP ne guadagnerebbe solo come numero di partecipanti. Le Case che oggi imperano nel massimo campionato motociclistico, o quelle che eventualmente decidessero di entrare nella mischia con ambizioni di vittoria, continuerebbero infatti a correre con dei sofisticatissimi prototipi, in ogni caso vincenti su moto limitate all’origine da un progetto di produzione in serie. Non è un’opinione del sottoscritto, ma il risultato di una piccola indagine personale svolta fra i responsabili tecnici di diverse Case. Il che significa che, almeno da punto di vista dei risultati, non ci sarebbero novità rispetto ad oggi. A meno che alla Dorna non venga la grande idea: è ora di vietare i prototipi nel campionato prototipi. Il nome potrebbe cambiare pensando a una grande Kermesse, un Super Bowl della moto. Prendi le tre iniziali dell’idea e ci siamo: SBK!

 

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A proposito di Moto Morini

La Casa che con la 350 bicilindrica aveva inventato la Transalp e la Monster prima di Honda e Ducati, è fallita cercando un successo di nicchia impossibile

 

La fine ingloriosa e certamente non sorprendente della Moto Morini, soprattutto considerando che era riuscita nel compito più difficile, ossia quello di mettere a punto un buon prodotto, non è altro che la conferma che c’è stato qualcosa di sbagliato nell’impostazione dell’impresa industriale, probabilmente fin dall’origine.

Ebbene, sarò presuntuoso, ma la mia convinzione deriva da un’osservazione che proposi già in occasione della prima conferenza stampa della nuova Moto Morini e che – ricordo bene – non fu accolta molto bene dagli imprenditori. Fin da allora si parlò di “nicchia”, e già a quel tempo le nicchie del mercato motociclistico erano talmente occupate che nuovi inserimenti mi sembravano ardui da concepire.

Nelle nicchie, che per definizione dovrebbero essere spazi molto ristretti destinati ad ospitare prodotti di elite dalle caratteristiche esclusive e dal prezzo elevato, si erano già introdotti anche i quattro costruttori giapponesi, sempre e quasi irrazionalmente smaniosi di dimostrare il loro formidabile potenziale tecnico (peraltro mai messo in discussione da nessuno dotato di cervello). Un grosso errore quello dei giapponesi, a mio giudizio, perché il mondo dell’auto ha già dimostrato che chi ha scelto di diventare un grande produttore non dovrebbe mai proporre ammiraglie. Però i giapponesi, a differenza degli altri, possono ancora permettersi errori.

Siamo arrivati al punto che la vera nicchia è diventata quella della “moto intelligente”, bella, ben fatta, da vendere a tantissimi motociclisti a un prezzo equo. Moto che sembra facciano ribrezzo a tutti, anche ai produttori, che in genere interpretano questo tema offrendo modelli che si vendono quasi da soli a prescindere dallo scarso impegno evolutivo di chi li ha in catalogo. Il mio esempio tipico è la Honda Transalp, una moto che regge con grande brillantezza il mercato da oltre dieci anni, anche perché, a parte il caso della Suzuki V-Strom 650, proposta quasi controvoglia, nessuno le ha mai fatto una seria concorrenza.

La Moto Morini per vent’anni ha avuto in catalogo quello che è stato forse il prodotto più azzeccato dell’industria motociclistica italiana del secondo dopoguerra: la 350 bicilindrica, con la quale aveva realizzato contemporaneamente la Ducati Monster e la Transalp ante-litteram. Le concessionarie della Casa bolognese lavoravano a pieno ritmo e la fabbrica anche, pur essendo piccolissima.

La scelta della nicchia deriva generalmente dalla ricerca di un margine di guadagno sufficientemente elevato in relazione a una produzione limitata e quindi a un impegno industriale contenuto. “Fare una 750 ci costa come una 1200 – è un discorso che ho sentito centinaia di volte – ma dobbiamo venderla al prezzo di una 750. In più non possiamo permetterci gli investimenti per una produzione elevata”.

Sarà vero. Però penso sia meglio guadagnare poco su una 750 di cui non rimane giacenza nelle concessionarie, piuttosto che tanto su una 1200 che fatica a uscire dai magazzini. Quanto poi agli investimenti industriali, la 350 bicilindrica Morini presupponeva praticamente la stessa organizzazione produttiva, però allora si faceva.  E bene. Se poi BMW si è permessa di far produrre un suo modello addirittura a una Casa concorrente come l’Aprilia, con soddisfazione di entrambe, la stessa cosa è proponibile, all’occorrenza, anche fra due Case italiane. O no?

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Il blog di Rivola: “Homo faber”

Pensando a ciò che è accaduto a Checa lunedì e ad un altro caso passato sotto silenzio, riflessioni su quanto ciascuno possa fare per gestire la propria sorte, e quanto invece non dipenda da noi

 

“Faber est quisque fortunae suae”, si sentenziava nell’antica  Roma. “Ciascuno è artefice della propria sorte” è la traduzione, e molti in buona fede sono convinti che si tratti di una verità indiscutibile.

Io sono un ottimista di quelli tosti, e ho sempre cercato di determinare il più possibile il mio futuro. Ciò nonostante concordo solo in piccola parte con la frase latina.

Questo blog nasce da due esperienze recenti, entrambe riguardanti il mondiale Superbike. Lunedì scorso Carlos Checa ha fornito probabilmente la miglior prestazione della sua carriera di pilota nel GP USA, guidando divinamente per molti giri la sua Ducati in testa alla corsa, inutilmente inseguito da una muta di avversari scatenati. Lui ha dato il massimo - di più non gli si poteva chiedere - però qualcuno o qualcosa ha voluto che proprio quel giorno la sua moto, che mai lo aveva fermato due volte consecutive in un Gran Premio, gli impedisse di cogliere due vittorie molto importanti.

In un recente Gran Premio, un giovane diciannovenne si stava giocando una carta fondamentale della sua nascente carriera di pilota: partecipava come wild card a una prova mondiale dopo aver dato prova di bel talento nel campionato nazionale. Eccellente l’esordio nelle primissime prove, poi una caduta, che sembrava inizialmente avergli provocato un forte trauma, tanto che il medico del circuito decideva di mandarlo per più approfonditi esami all’ospedale.

In quella sede la prognosi era del tutto positiva: il ragazzo stava bene, non gli era successo nulla. Però un dottore aveva visto qualcosa negli esami che non l’aveva convinto: nulla a che vedere con la caduta, ma c’era dell’altro… Fatti altri esami, il pilota diciannovenne, carico, pronto a tornare in pista per mostrare al mondo il suo talento, per costruirsi con le sue mani la sua sorte, si sentiva diagnosticare un cancro.

Non ho altro da aggiungere. Un blog in fondo è uno sfogo, è la condivisione di riflessioni, di esperienze. È anche un modo per rivelarsi: ad esempio da questo scritto penso si possa capire perché io non sono e non sarò mai un tifoso, ma solo un appassionato.

Recentemente un lettore in un suo intervento mi ha definito con la massima convinzione “supertifoso di Valentino Rossi”. Francamente non so da quale indizio abbia tratto la sua sentenza, ovviamente lontana dalla realtà. Rossi è un grandissimo talento che ha avuto l’enorme fortuna di scoprire – per coincidenze varie – ciò per cui era nato. Poi ha avuto anche la fortuna di una formazione che gli ha plasmato un carattere formidabile e quella di capitare nel posto giusto al momento giusto. Solo fortuna quindi a mio giudizio? No, certamente. Valentino è “Faber fortunae suae” in ogni gara e nella vita, ma non c’è dubbio che amministri alla perfezione un tesoro che qualcuno o qualcosa gli ha regalato alla nascita.

 

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